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Direttorio (1790-1804):

In questo breve lasso temporale si assiste, nella mobilia, ad un accentuarsi del rigore archeologico e nel contempo si formula un accentuata severità lineare che di fatto prelude e anticipa forme e ornamentazioni che saranno poi tipiche dello stile Impero. L'arredo di epoca Direttorio abbandona le delicate cromie pastello che caratterizzano la produzione Luigi XVI in favore della cupa magnificenza del mogano, che nella sua vasta gamma di essenze risulterà il legno di gran lunga più apprezzato in questo periodo. A questo si aggiunga un generale abbandono delle tendenze a intarsio floreale a cui si preferiscono semplici filettature a legno tinto a ebano o in amaranto, gran moda conosce l'inserimento di lieve profilature lineari in ottone.

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I PROBIOTICI DELL’ARTE: SCOPERTI I BATTERI “RESTAURATORI”

 

Ci sono batteri che fanno bene alla salute. Anche a quella delle opere d’arte. Se la medicina ha trovato nel microbiota umano la frontiera del futuro, il mondo della conservazione e del restauro non è da meno e si prepara a sfruttare a proprio vantaggio la fauna invisibile che popola la superficie dei quadri.
La svolta arriva da uno studio interdisciplinare condotto dall’Università di Ferrara sul dipinto settecentesco l’Incoronazione della Vergine di Carlo Bononi, rimosso dalla Basilica di Santa Maria in Vado in seguito al sisma del 2012 e bisognoso di restauro.

Sotto osservazione batteri e funghi che colonizzano le tele antiche, nutrendosi di pigmenti come la lacca rossa e le terre rosse e gialle: “banchetti” che a lungo andare degradano il dipinto, ma che possono essere neutralizzati dall'introduzione di batteri “buoni”, i probiotici dell’arte.
A partire da un piccolo campione di tela, l’equipe guidata dalla microbiologa Elisabetta Caselli ha realizzato un vero e proprio censimento dei microrganismi presenti sui materiali pittorici e sulla tela del capolavoro di Bononi: tecniche di microscopia e colture microbiche hanno permesso di isolare i diversi ceppi di batteri, oltre che funghi appartenenti ai generi Aspergillus, Penicillium, Cladosporium e Alternaria.

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vendita cassettoni 87705 Tintoretto L erezione del serpente di bronzo

Descrivere l’arte di Tintoretto “sarebbe un volere svuotare con picciol’urna il Mare”, scrive il biografo seicentesco Marco Boschini. Eccessivo, audace, ambizioso e visionario, con le sue invenzioni il maestro veneziano ha rivoluzionato la pittura del Rinascimento e narrato storie su storie, personaggi su personaggi in “moltitudini che nessuno riesce a contare - senza mai fermarsi, senza mai ripetersi - nuvole e vortici e fuoco e infinità di terra e mare”, lasciando stupefatti anche visitatori esperti come il vittoriano John Ruskin.

Ma come poté Jacopo Robusti, figlio di un tintore di stoffe, diventare Tintoretto, “il più terribile cervello che mai abbia avuto la pittura” secondo il contemporaneo Giorgio Vasari?
La strada non fu certo agevole. A metterla a fuoco al cinema dal 25 al 27 Febbraio sarà Tintoretto. Un ribelle a Venezia, l’ultimo film evento di Sky Arte distribuito da Nexo Digital, ideato e scritto da Melania Mazzucco e narrato da Stefano Accorsi con la partecipazione straordinaria di Peter Greenaway.

Mentre nel mondo si festeggiano i 500 anni dalla nascita dell’artista, proviamo a seguirlo dalla bottega del padre Giambattista, dove da bambino decorava i muri con i colori per la seta, ai fasti del Palazzo del Doge, emblema della sua Venezia.
Non abbiamo fonti dirette sulla vita di Tintoretto: le notizie più fresche ci arrivano da Carlo Ridolfi, che ne compilò la biografia a partire dai racconti del figlio Domenico. Sappiamo che, vista la propensione del ragazzo per il disegno, il padre lo mandò a bottega dal grande Tiziano. E già a 12 anni Jacopo fece scintille: vuoi per il carattere ribelle, vuoi per il timore di coltivare un pericoloso rivale, il maestro lo fece cacciare dopo solo pochi giorni di apprendistato.
E qui la vicenda si avvolge nel mistero: non si sa in quale bottega ebbe modo di crescere il talento di Tintoretto, che nove anni dopo ritroveremo “maestro nel Campo di San Cassian”, il che vuol dire proprietario di uno studio tutto suo. Su una parete del laboratorio ha scritto “Il disegno di Michel Angelo e ‘l colorito di Tiziano”, una frase che da sola spiega come nella sua pittura pervengano a una sintesi originale due tradizioni: quella veneta, basata su sapienti alchimie di luce e colore, e quella tosco-romana costruita intorno al disegno, alla prospettiva e ai volumi.

Ma ancora più chiara è l’ambizione che divora il giovane artista: per accaparrarsi le commissioni più prestigiose Tintoretto non si farà scrupolo di ricorrere alla concorrenza sleale, al dumping, perfino alla minaccia fisica e alla contraffazione, dipingendo a basso prezzo “alla maniera” di colleghi sulla cresta dell’onda.

Con implacabile energia, temerario talento e un po’ di fortuna riesce a farsi largo nella competitiva Venezia dominata da Tiziano: a 23 anni ottiene di ornare con i quadri delle Metamorfosi di Ovidio la residenza di Vettor Pisani presso San Paterniàn e alcuni anni più tardi registra i primi grandi successi con le imponenti tele della Scuola Grande di San Marco - prima tra tutte il Miracolo dello schiavo - subito ammirate da Pietro Aretino.
Per molti è un pittore stravagante, autore di “capricciose invenzioni e strani ghiribizzi senza disegno” (Vasari). Per tutti è “il Furioso” per il carattere impetuoso e il tratto drammatico che ne contraddistingue i dipinti. Ma a farsi strada attraverso il suo pennello è una lingua nuova, che anticipa il gran teatro del Barocco: azzardi compositivi e prospettici (la famosa “scorciatura”), inebrianti effetti di luce, un uso sofisticato del colore steso in rapide pennellate danno sfogo a un sentimento prorompente su tele di incredibile potenza narrativa. Quattro secoli più tardi Jean-Paul Sartre parlerà di Tintoretto come del “primo cineasta della storia”.

Jacopo reinventa le storie sacre in innumerevoli opere per le chiese veneziane, ma non disdegna soggetti profani e sensuali, come Marte e Venere sorpresi da Vulcano. E usa i ritratti per agganciare committenti facoltosi, facendosi aiutare dai figli Domenico e Marietta, quest’ultima artista di rinomato talento. I suoi sono ritratti sobri e tuttavia penetranti, lontani dalla teatralità delle composizioni religiose e mitologiche.
Nascono dal genio ma anche da un’ingegnosa organizzazione del lavoro che concorre alla leggendaria “prestezza” del maestro: per ridurre al massimo i tempi di posa, Tintoretto esegue rapidi studi dal vero da rielaborare per il dipinto finale e da riutilizzare in futuro. Nello studio il modello trova già la tela pronta, con il caratteristico fondo scuro, e la figura abbozzata. Per le rifiniture e i panneggi delle vesti, invece, si useranno manichini collocati in appositi “teatrini” di cartone, illuminati da candele posizionate in punti strategici.

Ma l’apice della fama per Tintoretto arriva con i cicli della Scuola Grande di San Rocco: un autentico poema figurato realizzato in tre riprese e composto da circa 50 immensi teleri che narrano le storie del Santo, la Passione di Cristo ed episodi tratti dalla Bibbia. Bruciante è l’invidia di Tiziano, che ha tentato di interporsi tra le mire del collega e i piani della confraternita responsabile del progetto. Seppur “tra scalpore e malcontenti”, il Tintor ottiene l’incarico desiderato fin dagli albori della sua carriera presentando al concorso, invece dei consueti disegni preparatori, un dipinto già bell’e fatto perché “quello era il suo modo di disegnare”.
Nemmeno la peste, che si porta via Tiziano con il figlio Orazio, riesce ad allontanarlo dalla Scuola Grande di San Rocco e dalla Serenissima, con cui l’artista intrattiene da sempre un rapporto ambivalente, ma fortissimo.
“Tintoretto è Venezia anche se non dipinge Venezia”, scriverà Sartre. E così in una laguna cupa e spettrale, tra i cadaveri che giacciono lungo i canali, il Tintor completerà quella che può essere definita un’opera totale, quando neppure Michelangelo con la Cappella Sistina poteva vantarsi di aver firmato ogni dipinto all’interno di un edificio.

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85325 Maestro della Cappella Bracciolini recto Accademia BASSA

 

Firenze - Erano state esportate illecitamente da un gruppo di professionisti italiani e da un antiquario londinese le due tavole tardogotiche a fondo oro rinvenute in un caveau di Chiasso, Svizzera, grazie alle indagini del Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale.
Originariamente comprese in una collezione privata fiorentina, oggi entrano a far parte delle collezioni della Galleria dell’Accademia di Firenze, una delle raccolte di fondi oro più rinomate al mondo.

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Un’esistenza maledetta, un genio dell’arte e i suoi dipinti entrati nell’immaginario visivo mondiale con una potenza che ha pochi eguali. Gli ingredienti per bucare lo schermo ci sono tutti. Nessuna meraviglia, dunque, se il cinema si è impadronito della leggenda di Vincent Van Gogh.

Sono passati 70 anni da quando Alain Resnais ha raccontato per primo l’arte del maestro olandese in un coraggioso documentario in bianco e nero: una situazione davvero invidiabile se paragonata a quella di chi, oggi, si confronta dietro la macchina da presa con un grande della pittura che è anche un’icona mediatica. Ciò nonostante, Resnais non rinunciò a cercare una prospettiva originale per il proprio Van Gogh (1948). Vagando tra il villaggio olandese di Neuen, Parigi, la Provenza e l’Île-de-France, riprese noti capolavori come se fossero porzioni di realtà, trasformando per la prima volta lo spazio pittorico in spazio cinematografico.
Dopo il suo esperimento pionieristico, decine di documentari, biopic, serie televisive, lungometraggi di finzione girati in tutto il mondo hanno riportato sullo schermo uno degli artisti più amati di sempre. Difficile aggiungere qualcosa di nuovo.

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Antichità Maniscalco, una garanzia nel restauro e nella cura dei mobili antichi

Da generazioni tramandiamo l'arte antica del restauro che svolgiamo con passione e professionalità.

 

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Quotidianamente arricchiamo la nostra arte attraverso il continuo feedback con i nostri clienti sparsi sull'intero territorio nazionale. Gli ottimi risultati sono ottenuti, da un lato, grazie a una organizzazione certosina del lavoro, dall'altro, a una impareggiabile qualità nel trattamento del legno.

 

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I materiali e i prodotti utilizzati nel nostro lavoro sono solo di prima qualità e scelta, e i nostri operatori sono tutti specializzati attraverso corsi di perfezionamento sull'arte antica del restauro e anni di tirocinio. Il nostro lavoro consiste nel restauro di oggetti antichi, ma piu' specificatamente di mobili d'epoca, dall'acquisto e alla successiva vendita del prodotto restaurato.

 

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Non esitare a contattarci per una consulenza gratuita o vieni a trovare direttamente presso il nostro show-room di corso delle Province 165 a Catania. Ti aspettiamo

 

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